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L'albero
delle chitarre

 

Cortometraggio realizzato nel Laboratorio 2010/2011

Cast & Credits:

Devadatta Valmiki - Ariel
Arianna Impinna - Eva
Gilles Mortara - Lucio
e con
Marina Gilardenghi - la barista
Giada Bellotti, Federico Cavallotto e Irene Scalisi - clienti nel bar
con la partecipazione straordinaria di
Silvestro Castellana - il custode dell’ostello
da un soggetto di Devadatta Valmiki, Concorso Un Soggetto per Officinema 2010
Sceneggiatura
Devadatta Valmiki, Irene Scalisi, Arianna Impinna, Marina Gilardenghi, Federico Cavallotto, Federica Berti, Gilles Mortara, Letizia Cia, Luca Conti, Luca Ferrari, Doris Villella
Revisione sceneggiatura
Gianni Giavotto, Sergio Angelo Notti
Direttore di produzione
Gianni Giavotto
Driver, controfigura di EVA
Federica Berti
Assistenza alla regia (microfoni, ciak, segreteria di edizione, fotografie di scena, riprese backstage)
Federico Cavallotto, Doris Villella, Giada Bellotti, Letizia Cia, Luca Conti, Federica Berti, Luca Ferrari, Irene Scalisi, Maria De Santis
Costumi
Il vestito di EVA è stato realizzato dalla classe IV^ abbigliamento moda I.P.S.I.A. "Fermi", con Salvina Marino
Montaggio
Sergio Angelo Notti
Fotografia
Angelo Vismara
Musiche originali
Sofija Milutinovic e Irena Zlateva
Eseguite da Luca Pesce (chitarra), Naudy Carbone (percussioni), Giorgio Penotti (sax tenore).
Coordinamento Giorgio Penotti 
Regia
Sergio Angelo Notti

 


L'albero delle chitarre
Soggetto originale
di Devadatta Valmiki

Quando arrivai in quel pacifico paese e scesi dalla macchina, un profumo di fiori intenso mi colpì e pensai finalmente di avere trovato la mia casa. Ero in fuga da una famiglia che non mi riusciva di apprezzare, da una vita che non aveva più piacere da concedermi, e quel minuscolo villaggio mi aveva accolto con la fragranza che più faceva palpitare il mio cuore.
La mia attenzione si focalizzò sulla collina verdeggiante che sovrastava le quattro case che mi circondavano. Fiorente. Quello fu il mio primo pensiero. Le erte, infatti, erano popolate da migliaia di fiori d'ogni colore e lo spettacolo era bellissimo. Mentre risalivo con gli occhi le pendici, osservando dettagli, tendendo le orecchie a suoni che veleggiavano nell'aria, estendendo i miei sensi a sensazioni volubili al vento e armoniose come divinità, una voce gentile mi chiese se fossi nuovo da quelle parti. Mi voltai ed ammirai una ragazza molto bella e giovane come lo ero io. Intavolammo una conversazione che ci portò a sedere nell'unico bar del paese. Si chiamava Eva, aveva diciassette anni e possedeva una grazia angelica. Mi chiese se avessi notato qualcosa di interessante lì a M..  Oltre a lei, e glielo feci capire con lo sguardo, mi voltai a guardare la collina. Lei rise d'una risata deliziosa e fissò la sommità. Osservai anche io e quella fu la prima volta che lo vidi: una grossa figura si stagliava in controluce. Un albero dalla forma molto singolare. Al mio sguardo stupefatto,  Eva si mise a raccontare:  in paese, lo chiamavano "L'albero delle chitarre". Era lì da centinaia di anni e nessuno lo aveva mai visto imbrunirsi in autunno o spegnersi in inverno. Leggenda voleva che il sette di ogni settembre dal tronco si staccasse un ramo, uno solo, ed era il suo legno a dare vita ad una chitarra, che si diceva avesse un suono perfetto e magico... Lo sguardo di Eva era sognante e capii che non doveva trattarsi di uno scherzo o d'una trovata per attirare i turisti. Aguzzai lo sguardo e potei vedere nelle spesse fronde il corpo sinuoso di una chitarra ed il suo manico solidamente radicato nel terreno. Decisi dunque di prolungare la mia sosta in paese...
E così volarono le settimane che mi separavano dal sette di settembre. Con Eva. Le nostre conversazioni e la nostra complicità andavano crescendo sempre più e sentivo una felicità, ormai dimenticata, tornare a dimorare nel mio petto. Felicità che esplose irrefrenabile in noi quando ci baciammo per la prima volta.
Arrivò presto il sette settembre e la nuova alba ci vedeva traboccanti d' impazienza mentre salivamo su per le pendici. Non sapevamo più contenere l'emozione davanti alla magia di quel luogo: aleggiava ancora un po' di foschia mattutina che si posava delicatamente sui petali infinti dei fiori e una melodia ultraterrena ci accarezzava e accompagnava nell'ascesa.
Infine, dopo averlo sognato per settimane, ecco che l'Albero si erigeva dinnanzi a me, assolutamente meraviglioso, come un saldo re su d'una scacchiera floreale. Attorno a tutto l'albero sembrava regnasse una pace assoluta e totalmente inviolata. Non avevo mai visto albero più bello. Pensai subito che qualche misericordioso angelo lo avesse divelto dal Giardino dell'Eden e piantato qui, per regalarci un pezzo di paradiso terreno. Io ed Eva ci avvicinammo incantati al tronco e finalmente capimmo da dove venisse la musica che avevamo sentito. Veniva sprigionata da ogni piega del fusto scuro.
Improvvisamente l' Albero si mosse e protese verso di me uno dei suoi preziosi rami. Con le lacrime agli occhi lo accolsi tra le braccia, ma, non appena lo tenni stretto a me, vidi Eva crollare a terra. Soffocai un gemito mentre nel tentativo di sostenerla mi addormentavo anche io accanto a lei. Il mio sogno fu come ottenere la realizzazione, l'assoluzione dei miei peccati, la scomunica delle mie paure, il permesso di entrare in paradiso.
Mi risvegliai al tramonto e trovai la mia stupenda Eva china su di me con un sorriso celestiale in viso. Tra le braccia non stringevo più il ramo, bensì una chitarra di bellezza sublime, modellata da un artigiano divino e l'unica cosa che potei fare fu di imbracciarla e suonare e suonare ed innamorarmi di quella melodia, della mia compagna, di quel luogo sacro, tanto da legarmi per sempre ad esso.
Fu così infatti. Non lasciai più M.. Avevo finalmente trovato la mia casa, la mia pace.

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